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L'immagine internazionale dell’Italia come security provider all'estero


Realizzato per il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale con contributi ex art. 2 L. 948/82.

Titolo completo: L'Italia nei teatri di crisi e post-conflitto. L'immagine del nostro paese come security provider all'estero

A cura di: Maria Grazia Galantino (direzione scientifica), Maria Bova, Emanuele Greco, Maurizio Simoncelli, Laura Zeppa.


A partire dagli anni Novanta, la politica estera e di sicurezza dell’Italia ha conosciuto una profonda evoluzione che ne ha trasformato strategie e strumenti di azione. Se nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, definito come l’“età dell’oro”, lo sviluppo economico e la sicurezza del paese erano garantiti all'interno del sistema di relazioni e alleanze internazionali, l’attuale contesto post-bipolare comporta la frammentazione della sicurezza regionale, aumentando il peso della posizione geopolitica del paese.

Di fronte alle nuove sfide alla sicurezza internazionale e all'esigenza di ri-consolidare la propria posizione all'interno della comunità internazionale, la politica estera italiana ha risposto innalzando il proprio profilo, sia attraverso una presenza più attiva nel dibattito sulla riforma degli organismi e dei trattati internazionali, sia attraverso la partecipazione a numerose operazioni internazionali, civili e militari.

L'impegno dell’Italia ad assolvere a un ruolo di pacificazione e stabilizzazione nei teatri di crisi, in particolare, si è andato intensificando senza soluzione di continuità negli ultimi vent'anni, mostrando altresì una costanza pari a quella di paesi con una più lunga tradizione di intervento e con maggiori capacità di proiezione all'estero.

Nell'ultimo decennio, la media dei militari in missioni all'estero è stata di circa 8 mila unità all'anno, impiegati in uno spettro di missioni che vanno dal peacekeeping, alla lotta al terrorismo internazionale, dal contrasto della pirateria ad azioni di counter-insurgency fino a interventi di soppressione delle difese aeree. Nel febbraio 2013 l’Italia era il primo paese europeo, in termini di contributo fornito all’ONU per numero di truppe.

Nonostante negli ultimi anni la crisi economica abbia determinato una relativa contrazione di tale impegno, nel 2014 l’Italia è stata presente con una media di oltre 5 mila militari in missioni ONU, Nato, UE, multilaterali e bilaterali, come nei Balcani (Albania, Bosnia-Herzegovina, Kosovo, Macedonia), a Cipro, in Medio Oriente (Libano, Gaza, Egitto, Hebron, Israele, Libia e Siria), in Africa (Darfur, Mali, Marocco, Rep. Centrafricana, Somalia, Sudan), in Asia (Afghanistan, Georgia, India-Pakistan), nell'Oceano Indiano.

Tale partecipazione, pur onerosa sul piano finanziario, organizzativo e politico-istituzionale, è stata tuttavia strategica non soltanto per rispondere ad esigenze umanitarie e di sicurezza ma anche per rafforzare il ruolo e la credibilità del paese nelle organizzazioni internazionali e nei confronti di altri paesi e attori chiave: “il tentativo è stato quello di guadagnarsi sul campo un’inedita credibilità […] per dimostrare che l’Italia è anche un produttore, piuttosto che un semplice consumatore, di sicurezza”.

Il maggiore attivismo dell’Italia come produttore di sicurezza sul piano internazionale, inoltre, è intervenuto in una fase di profondi cambiamenti politici sul piano interno: il crollo delle opposizioni ideologiche in tema di politica estera e difesa ha favorito l’adozione di una politica bipartisan, dove le missioni all'estero riescono ad ottenere il supporto parlamentare dei principali partiti di centro-sinistra e di centro-destra, grazie a un framework condiviso rappresentato dal multilateralismo e dalla pace e, parallelamente, la rimozione della dimensione militare degli interventi. Quest’ultima, infatti, ha trovato uno spazio del tutto marginale all'interno del dibattito pubblico che ha enfatizzato, invece, la figura del “soldato di pace” e la dimensione umanitaria della partecipazione italiana alle missioni internazionali. Nel contempo, il perdurare di divisioni su numerose questioni politiche interne – come il ruolo della magistratura, il controllo dei media e la relazione tra affari e politica – ha determinato un elevato livello di conflittualità tra gli schieramenti, rendendo anche la politica estera un terreno di scontro e di contrapposizione. Nel contempo, la frammentazione dei partiti ha determinato la formazione di governi di coalizione, estremamente vulnerabili alle pressioni delle minoranze interne che in più occasioni hanno assunto posizioni contrarie alla partecipazione italiana alle missioni internazionali.

Nonostante la considerevole presenza di segmenti dello schieramento politico e dell’opinione pubblica contrari all'uso della forza militare all'estero, diversi analisti e studiosi ritengono che una sorta di “consenso permissivo” da parte del pubblico, abbia consentito ai decisori politici italiani di perseguire i propri obiettivi di politica estera e di tenere fede agli impegni previsti dalle alleanze internazionali.

Le missioni di pace degli anni Novanta, e la retorica politica che le ha sostenute, infatti, hanno certamente contribuito a migliorare l’immagine del ruolo internazionale dell’Italia agli occhi della nostra opinione pubblica, facendo peraltro guadagnare un nuovo consenso alle Forze armate italiane dopo 45 anni di sostanziale “invisibilità”.

Per tutti gli anni Novanta, l'impegno italiano nelle missioni internazionali ha ottenuto molteplici riconoscimenti anche all’estero, da parte sia degli studiosi, sia dei leader dei paesi partner ed alleati sia dei media internazionali. Proprio in quegli anni, in particolare, emergeva l’idea che esistesse un “Italian way” al peacekeeping, che si caratterizzava per l’empatia, il dialogo, l'“equivicinanza” rispetto alle parti in causa, caratteristiche tutte che rendevano i nostri contingenti più idonei di altri nel rapporto con le popolazioni locali.

In proposito, numerose dichiarazioni da parte di osservatori ed esperti evidenziano queste capacità e, soprattutto, la loro efficacia in diversi contesti di peacekeeping. I riconoscimenti iniziano già con la prima missione oltremare cui l’Italia partecipa dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, quella in Libano (1982-84). In quell'occasione, due esperti norvegesi (Heiberg e Holst, 1986) affermavano: "[il contingente italiano in Libano] operò come parte dell’ambiente locale e divenne un elemento attivo nel ripristinare le normali condizioni di vita. I suoi soldati ricevettero l’addestramento necessario a familiarizzarli con la situazione culturale, politica e sociale della popolazione tra la quale lavoravano [...]. Gli italiani alimentarono attentamente il rapporto sia con i capi politici nella loro area sia con i cittadini qualsiasi".

Parole ulteriormente rafforzate dalle analisi di un team di sociologi americani (Segal e Segal, 1995): "Gli italiani, con il contingente più numeroso, composto da quasi 2200 uomini giocarono un ruolo molto visibile, da poliziotto in servizio di ronda [...] pattugliavano le strade nei ghetti di Beirut sud, mantenevano un alto profilo nei campi di rifugiati di Sabra e Chatila, dove avevano avuto luogo i massacri falangisti. Tenevano aperto ventiquattr'ore su ventiquattro un ospedale da campo che curava gratis i civili libanesi. Si attenevano ad una posizione di neutralità senza parteggiare per nessuna delle opposte fazioni".

Analoghi riconoscimenti hanno accompagnato l’esperienza dei peacekeepers italiani nelle missioni degli ultimi anni del secolo scorso. Oggi, però, a fronte di una espansione dei compiti e delle aree geografiche di intervento all'estero, civile e militare, ancora poco si conosce del riscontro dell’impegno italiano all'estero tanto presso il pubblico nazionale quanto, a maggior ragione, presso quello internazionale.

Interpellati in proposito, gli italiani mostrano segni di scetticismo in ordine all’influenza del nostro paese nella politica internazionale. Secondo un’indagine condotta nel 2013 dal Laboratorio di Analisi Politiche e Sociali (LAPS) dell’Università di Siena, ben l’80% degli intervistati riteneva che l’Italia abbia poca o nessuna influenza nella politica internazionale.

Ma la domanda centrale che riteniamo utile porre è: quale immagine dell’Italia traspare all'estero? Quanto è visibile il ruolo dell’Italia nella gestione delle crisi internazionali agli occhi delle opinioni pubbliche dei paesi partner? L’immagine dell'"italiano bravo a fare la pace” è tuttora attuale in un contesto di crescente complessità delle minacce? E, infine il contributo offerto sul campo nella gestione di singole crisi, in che misura si traduce in un’accresciuta credibilità internazionale del nostro paese?

 

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