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Voci dal silenzio. Il difficile percorso delle donne vittime di violenza e il loro rapporto con le Istituzioni

       

La presente ricerca ha per protagoniste 50 donne del Lazio che – dopo aver subìto violenza, spesso reiteratamente e nella maggior parte dei casi ad opera del proprio partner – hanno iniziato, con l’aiuto delle istituzioni e delle associazioni, un percorso di fuoriuscita dalla drammatica condizione di sofferenza e di subordinazione in cui uomini violenti le avevano precipitate.

Coraggiosamente e altruisticamente esse hanno deciso, facendosi intervistare dalle ricercatrici di Archivio Disarmo, di affrontare una rivisitazione delle proprie vicende personali, che certo può avere un valore di catarsi ma che, con altrettanta certezza, non è priva di costi sul piano emotivo. Le donne hanno dato conto, con sincerità e semplicità, di esperienze di mortificazione, aggressione, dominio fisico e morale che, anche nelle forme eufemistiche in cui le interessate le descrivono, appaiono e sono sconvolgenti. Sempre tragicamente istruttive e sempre ‘uniche’, testimonianze come quelle da noi raccolte non sono inedite nella ricerca e nella pratica del movimento delle donne e nello studio della condizione femminile. Quello che è soprattutto originale è il focus dell’attenzione che, nell’indagine che presentiamo, ha per oggetto non tanto gli autori della violenza e la pur drammatica relazione che intrattengono con loro le vittime, bensì i rapporti che queste ultime hanno con le istituzioni.

Come già nella ricerca conclusa nel settembre di quest’anno, dal titolo Le istituzioni in ascolto, anche in Voci dal silenzio gli interlocutori privilegiati sono gli operatori delle Forze dell’ordine e gli operatori del Sistema sanitario nazionale, appartenenti a due tra le principali istituzioni pubbliche preposte alla tutela delle donne che subiscono violenza.

Quando è stato chiesto a entrambe queste categorie di operatori pubblici quale bilancio formulavano del servizio da loro prestato alle vittime, l’autovalutazione era stata nel complesso soddisfacente, seppure accompagnata da un’insistente richiesta di più formazione (da parte di carabinieri e poliziotti) e di maggiore omogeneità procedurale e cooperazione interorganizzativa (da parte di medici, infermieri, psicologi e altri operatori sanitari).

Avendo sollecitato un analogo bilancio alle destinatarie della tutela giuridica e dell’assistenza sanitaria – le vittime della violenza – da parte loro i toni sono stati assai meno uniformi e meno ottimistici. Con una significativa simmetria tra una ricerca quantitativa (come quella realizzata dall’Istat nel 2007 su un campione di ben 25.000 donne intervistate) e una qualitativa (finalizzata all’individuazione delle problematiche emergenti piuttosto che alla loro rappresentatività), così come tra l’ambito nazionale (l’Italia) e quello locale (il Lazio), la nostra indagine ha confermato indirettamente il dato rilevato dall’Istat in cui la valutazione delle donne nei confronti delle Forze dell’ordine si ripartiva tra un 45% di soddisfazione e un 51% di insoddisfazione.

La nostra ricerca ha avuto come obiettivo rilevare non quante donne sono soddisfatte e quante insoddisfatte di ciò che hanno fatto per loro Polizia di Stato e Carabinieri, ma piuttosto quali sono i motivi di soddisfazione/insoddisfazione che vengono citati più spesso, in quale forma e con quale tono. In questo quadro è da registrare che, accanto ai riconoscimenti espressi dalle intervistate per il sostegno spesso ricevuto dalle Istituzioni di polizia (come per altri versi da quelle sanitarie), tra i motivi di lamentela più ricorrenti sono l’indifferenza, lo scetticismo, l’atteggiamento burocratico di alcuni tra i poliziotti e i carabinieri addetti alla prima accoglienza delle vittime, cui debbono aggiungersi alcuni limiti strutturali dell’azione delle Forze dell’ordine quali i vincoli organizzativi, finanziari e soprattutto giuridici cui la buona volontà dei singoli operatori può porre rimedio solo in parte e solo in alcuni casi.

Senza dilungarci qui sulle risultanze della ricerca che verranno presentate e approfondite più avanti, ci sia consentito sottolineare una conclusione di carattere generale dalla quale scaturiscono varie conclusioni particolari e, anche, alcuni suggerimenti operativi. Al di là del pur comprensibile divario (ricorrente in casi simili) tra le valutazioni di molti produttori del servizio (sia esso di tutela oppure di cura) e le valutazioni di molte fra le utenti dello stesso, appare chiaro che le Istituzioni pubbliche – a cominciare dalle Forze dell’ordine – devono fare di più per venire incontro alla legittima domanda delle vittime della violenza di genere.

Sorprende, infatti, che a distanza di quasi 10 anni dall’immissione delle donne nell’Arma dei Carabinieri e a ben 28 dall’analogo provvedimento che ha interessato la Polizia di Stato, possa accadere che nessuna delle 50 vittime di violenza da noi intervistate menzioni (tranne un unico breve cenno) il caso di un contatto con un poliziotto o carabiniere donna. Pur consapevoli delle motivazioni organizzative che inducono i comandi a non destinare il personale di sesso femminile a piccole unità come le stazioni, resta da approfondire se non sia possibile (ed in questo caso perché) che carabinieri donne operino nei presidi maggiori essendo interpellabili nei casi in cui sono coinvolte delle donne. Così come potrebbe e dovrebbe accadere (ma nelle nostre interviste non ve n’è traccia) ai commissariati nell’ambito della Polizia di Stato. Presso unità organizzative, la cui massa critica in termini di personale può assicurare la presenza di personale femminile, sarebbe auspicabile che quest’ultimo fosse specificamente addetto, da solo o cooperando con i colleghi maschi, a gestire i casi di violenza nei quali il genere della vittima o dell’aggressore o di entrambi, è rilevante al fine della perpetrazione del fatto. Insomma, sarebbe molto utile che quando una donna si presenta in un Commissariato o in una Caserma dei Carabinieri per denunciare una violenza di natura sessuale, ad accoglierla ci sia anche una donna.

Questa e simili misure in grado di migliorare la qualità del servizio alle cittadine e ai cittadini (e per estensione a tutte le persone presenti sul territorio nazionale) sono atti, non diremo dovuti ma certo molto opportuni, che le Istituzioni possono dedicare a quella metà dell’umanità nei confronti della quale la violenza sembra accanirsi con particolare crudeltà e frequenza.

 

Leggi il rapporto integrale>>>

 

I contenuti di questo sito, ad eccezione dei "Comunicati stampa", non riflettono necessariamente posizioni ufficiali presenti o passate dell'IRIAD.

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