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Regolare il commercio delle armi si può

Regolare il commercio delle armi si può. Lo dimostra l’entrata il vigore del trattato sul commercio di Armi (Att). 

Il trattato, al quale hanno aderito sessantuno stati ai quali si sono aggiunti centotrenta paesi firmatari (tra cui Stati Uniti e Israele), proibisce il trasferimento di armi convenzionali, munizioni, loro parti e componenti nel caso in cui questo sia contrario agli obblighi stabiliti dalle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite in virtù dal Capitolo VII. 

Lo stesso divieto vale per le armi il cui trasferimento rischia di violare obblighi imposti da trattati internazionali di cui lo stato contraente è parte, e per quelle che lo Stato parte sa poter essere utilizzate per commettere crimini internazionali.

Inoltre, il trattato entrato in vigore il 24 dicembre, prevede che nel caso in cui il trasferimento non sia proibito, lo stato esportatore dovrà svolgere una serie di attività per valutare i rischi dell’esportazione e prendere una serie di provvedimenti volti a mitigare tali rischi.

Germania, Francia, Regno Unito, Spagna e Italia, 5 dei 10 maggiori paesi esportatori di armi, hanno ratificato il trattato.

Verso Città del Messico 2015
Il Trattato prevede che entro un anno dall’entrata in vigore dovrà essere convocata una conferenza degli stati parte per approvare, inter alia, le regole di procedura. Una serie di incontri preparatori si sono svolti a Città del Messico e Berlino in vista della conferenza che si terrà proprio nella capitale messicana tra agosto e settembre 2015.

La prima questione sarà stabilire, per consensus, la maggioranza necessaria per l’approvazione di tutte le attività d’implementazione. 

Da una parte, una maggioranza semplice permetterebbe una più facile implementazione del trattato con il rischio però di ridurre il numero di adesioni future da parte di quegli stati riluttanti a un maggior sviluppo. 

Dall’altra, una maggioranza qualificata garantirebbe un maggior consenso, sebbene ciò possa minacciare una maggior implementazione.

Le delegazioni dovrebbero quindi propendere per quest’ultima ipotesi. La maggioranza qualificata è altresì quella indicata per l’approvazione, in ultima istanza, degli emendamenti esaminati durante la Conferenza degli stati.

Inoltre, applicare una maggioranza semplice nell’attività d’implementazione si discosterebbe troppo dal modus operandi per consensus fin qui adottato e che ha prodotto ottimi risultati in termini di approvazione del trattato e numero di adesioni.

Il rapido processo di firma e ratifica da parte degli stati deve esser visto come un importante segnale da parte della comunità internazionale nel continuare a disciplinare il commercio di armi attorno ad un testo in grado di raccogliere il più ampio numero di adesioni senza diluire la sua efficacia. 

Pertanto una maggioranza qualificata dei 3⁄4, come ad esempio per l’approvazione degli emendamenti, non comprometterebbe un proficuo processo d’implementazione del trattato.

Arms Trade Treaty-Basement Assessment Project
Ulteriore punto d’analisi è lo sviluppo del trattato al livello interno. Ogni stato parte, entro un anno dall’entrata in vigore del trattato, dovrà trasmettere al Segretariato un report con tutte le misure nazionali adottate per implementarlo. 

Tali report sono un importantissimo strumento per valutare da una parte l’operato degli stati e dall’altra per poter sviluppare best practices in materia di rendicontazione. 

Al fine di uniformare i report, su impulso della società civile è stato costituito l’Arms Trade Treaty-Basement Assessment Project (Att-Bap), che potrà sottoporre all’approvazione della prima Conferenza degli stati un modello standard per la rendicontazione delle misure adottate dagli Stati. 

Inoltre, gli stati parte dovranno trasmettere al Segretariato annualmente la rendicontazione delle attività d’importazione ed esportazione effettuate e autorizzate. Anche in questo caso, l’Att-Bap sta lavorando per un modello unico di rendicontazione.

Difesa e interessi nazionali
In conclusione, la prima Conferenza degli stati avrà l’arduo compito di mantenere vivo quello spirito che ha permesso di avanzare nella regolamentazione di una disciplina delicata, come il commercio internazionale di armi, strettamente connessa alla difesa e alla tutela degli interessi nazionali. 

Difficile che gli Stati possano accettare un nuovo modello di rendicontazione delle importazioni ed esportazioni autorizzate ed effettuate; l’art. 13.3 del trattato, fortemente voluto da un grande numero di Stati durante le negoziazioni diplomatiche, indica come strumento di rendicontazione il modello già utilizzato per il Registro Onu delle armi convenzionali, evitando ridondanze con modelli già esistenti.


Fonte:www.affarinternazionali.it

 

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