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Yemen

 

Il 26 marzo 2015 l’Arabia Saudita ha dato inizio ad una campagna di bombardamenti aerei ed operazioni di terra in Yemen, affiancata da una coalizione sunnita di paesi arabi e imponendo inoltre un blocco navale ed aereo. L’intervento militare è nato come assistenza al governo dell’allora presidente Hadi, l’unico riconosciuto internazionalmente e in contrapposizione con le forze leali al suo predecessore Saleh, estromesso dopo l’evolversi degli avvenimenti in seguito alla primavera araba. L’obiettivo era quello di impedire ai ribelli sciiti Houthi – che nel settembre 2014 avevano preso il controllo della capitale Sana’a e appoggiati dall'Iran – di ampliare ulteriormente la propria influenza e di minacciare dunque la sicurezza dei sauditi. Alla coalizione di Riyad si sono uniti diversi paesi arabi e del Nord Africa: tra questi, Egitto, Marocco, Giordania, Sudan, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein, Qatar e Pakistan hanno fornito i propri aerei; la Somalia ha fornito l’utilizzo del proprio spazio aereo e navale. Indirettamente hanno contribuito anche gli Stati Uniti, fornendo intelligence e supporto logistico. 

Vittime

Da quando sono iniziati i bombardamenti da parte della coalizione a guida saudita, la situazione in Yemen è sempre più instabile e difficile da documentare per i giornalisti. Se ai bombardamenti sauditi si aggiungono gli attacchi dei droni americani – iniziati addirittura nel 2012 come attuazione della strategia antiterrorismo voluta da Obama – e i tentativi di infiltrazione nel paese da parte di al Qaeda e del gruppo dello Stato Islamico, risulta evidente che la situazione in Yemen dal punto di vista del bilancio di vittime è probabilmente assai drammatica. Secondo Jack Serle, del Bureau of Investigative Journalism, non è mai stato così importante e allo stesso tempo complicato garantire un meccanismo adeguato per la registrazione del numero di vittime. 

A fine settembre 2015 l’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’ONU stimava che almeno 2.355 civili erano stati uccisi dall’inizio dell’intervento a guida saudita nel marzo 2015. Stime precedenti aggiornate al giugno 2015 parlavano di 1.527 vittime civili. Le stime più recenti, aggiornate al dicembre 2015 – ci dicono che il numero di vittime (tra civili e combattenti) si aggira intorno alle 5.800 persone. 

Crisi umanitaria 

Il conflitto in Yemen oggi sta avendo effetti diretti su 21 dei 22 governatorati del paese. Oltre 1,4 milioni di persone hanno dovuto abbandonare le proprie case in cerca di sicurezza. Le restrizioni alle importazioni commerciali stanno paralizzando ancora di più lo sviluppo e la ripresa del paese, che già prima dell’inizio del conflitto era considerato il più povero di tutta la regione. Stime ufficiali parlano di 21 milioni di persone – l’80% della popolazione – con necessità di assistenza umanitaria al luglio 2015: un terzo in più rispetto ai numeri del 2014. Con l’escalation del conflitto il fenomeno dell’insicurezza alimentare è molto aumentato: 12,9 milioni di persone soffrono oggi la fame, un incremento di oltre il 20% nel giro di soli sei mesi. Oltre 20 milioni di persone non hanno accesso ad acqua potabile e servizi igienici. Molte strutture mediche nel paese sono state direttamente distrutte o seriamente danneggiate; altre hanno chiuso a causa della mancanza di medicinali, provviste, equipaggiamenti e carburanti. 

Trasferimenti di armi 

I paesi che hanno venduto armi all’Arabia Saudita, impegnata in prima linea nella campagna di bombardamenti in Yemen – provocando, tra l’altro, numerose vittime civili – sono molti. Secondo le stime del SIPRI, tra il 2012 e il 2014 Belgio, Canada, Cina, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Sudafrica, Spagna, Svezia, Svizzera, Turchia, Regno Unito, Stati Uniti hanno venduto armi a Riyad. Anche nel 2015 non si sono fermati tali trasferimenti di armi. Nonostante non siano disponibili stime del SIPRI per il 2015, fonti di stampa locale e ONG hanno dimostrato il diretto coinvolgimento di paesi come Regno Unito e Italia nella fornitura di armi a Riyad negli ultimi mesi. È stato rilevato che il governo italiano ha venduto e trasferito materiale d'armamento in Arabia Saudita nel giugno 2015, tra il settembre e il novembre 2015; un ultimo carico è stato individuato in partenza anche nel gennaio 2016. Si tratta di trasferimenti di armi inopportuni, oltre che in violazione con le normative domestiche (la legge 185 del 1990 vieta all’Italia di vendere armi a paesi in stato di conflitto) e internazionali (la Posizione Comune UE del 2008 e l’Arms Trade Treaty vieterebbero anch’essi queste esportazioni di armi). Inoltre la capacità della coalizione a guida saudita di colpire esclusivamente obiettivi militari e non i civili appare tutt’altro che sicura, come dimostra il bombardamento degli ospedali di MSF (l'ospedale di Haydan 27/10/2015, il centro sanitario a Taiz 3/12/2015 e l'ospedale di Shiara nel distretto di Razeh, 10/1/2016, il centro di Al Gomhoury a Dhayan 21/1/2016). Si calcola che in dieci mesi di guerra almeno 130 strutture sanitarie siano state colpite da missili lanciati da terra o da attacchi aerei.

 

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