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Mozione "manifesto" su UE, NATO, nucleare, terrorismo, export di armi, banche armate, Arabia Saudita, Yemen...

Legislatura: XVII

Atto di sindacato ispettivo n.: 1-00613

Seduta del Senato n.: 668 del 27/07/2016

Presentato da: 
LUCIDIBERTOROTTAPETROCELLICOTTIMARTONSANTANGELOAIROLA
BLUNDOBOTTICIBUCCARELLABULGARELLICAPPELLETTI,CASTALDI,
CATALFOCIAMPOLILLOCIOFFICRIMIDONNOENDRIZZI,FATTORIGAETTI
GIARRUSSOGIROTTOLEZZIMANGILIMARTELLI,MONTEVECCHIMORONESEMORRANUGNES,
PAGLINIPUGLIASCIBONASERRATAVERNA (GRUPPO M5S SENATO)
 


TESTO INTEGRALE DELL'ATTO

Il Senato,

premesso che:

il 26 luglio 2016, le Commissioni parlamentari congiunte 3ª e 4ª del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati, hanno audito il Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale ed il Ministro della difesa;

come noto, negli ultimi anni, a livello internazionale, nonché comunitario, si sono susseguiti una serie di tragici accadimenti, purtroppo con molte vittime, che hanno stravolto il quadro generale e, pur con diversa intensità rispetto agli altri partner europei, anche il nostro Paese assiste alla crescente instabilità del vicinato, alla crisi migratoria, all'acuirsi della minaccia terroristica, alle riemergenti turbolenze finanziarie;

l'Italia, negli ultimi anni, ha continuato nel suo impegno in favore: del processo di integrazione europea; della partecipazione all'Alleanza atlantica; del sostegno all'operato delle Nazioni Unite; della collaborazione tra le maggiori potenze industrializzate, ancorché in qualità di media potenza;

lo scenario internazionale è da qualche tempo in pieno mutamento e motivo costante di riflessione globale sull'opportunità di continuare ad operare in politica estera, seguendo gli schemi e le istituzioni ideate ormai diverse decine di anni fa, nonché sulla natura stessa delle istituzioni internazionali. Si è in presenza, infatti, di una mutevolezza degli equilibri verso una direzione sempre più multipolare, dimensione nella quale il nostro Paese fatica a definire una coerente strategia di politica estera. Si tratta evidentemente di sfide che, per ottenere una risposta efficace, devono essere affrontate necessariamente a livello europeo;

il nostro Paese, nella ricerca di una nuova governance economica, ha provato a spingere per una ridefinizione delle priorità e della strategia complessiva dell'Unione, a favore di una maggiore flessibilità nelle politiche di bilancio nazionali. Tuttavia, come è noto, ha dovuto fare i conti con 3 ostacoli principali: l'eccessivo rigore della Germania e di altri Paesi con poca propensione ad accettare nuovi meccanismi di solidarietà; l'esplodere di altre emergenze, quali la crisi migratoria e l'ondata di attacchi terroristici in Europa, di fatto diventate prioritarie, relegando in secondo piano le strategie di riforma economica; lo scarso ruolo propulsivo delle istituzioni europee, in particolare della Commissione;

in tal senso, di fronte all'inasprirsi della crisi di fiducia dei cittadini nei confronti dell'Unione europea (la cosiddetta Brexit rischia di essere solo un primo tassello) e all'incapacità delle sue istituzioni di darvi una risposta adeguata, occorrerebbe rilanciare l'avvio di una più ampia riforma della stessa Unione per ridarle legittimità e consentire un approfondimento dell'integrazione fra i Paesi dell'eurozona;

in ordine al fenomeno migratorio, la definizione di politiche certe e credibili diviene ogni giorno più pressante e irrinunciabile in ragione del continuo aggravarsi della situazione internazionale, come dimostrano i dati forniti dall'Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), che quantificano in oltre un milione di migranti giunti nell'Unione europea nel 2015, superando di 4 volte il numero registrato nel 2014, senza peraltro accennare a miglioramenti. Che si tratti di un problema sistemico, al quale è necessario dare una risposta complessiva e di lungo periodo, lo dimostra anche il complicarsi del fenomeno migratorio derivante dalla diversificazione delle rotte e dei mezzi, attraverso i quali i migranti giungono nell'Unione. Si arriva non più e non solo via mare attraverso la rotta mediterranea, ma anche, ad esempio, via terra, attraverso la cosiddetta rotta balcanica. È inoltre comprovato che la rete di illegalità, che gestisce questo ignobile traffico di esseri umani, alimenti l'instabilità e il rischio di infiltrazione terroristica;

peraltro, è noto che l'aumento dei flussi dei rifugiati e richiedenti asilo è dovuto in larga parte all'incapacità della comunità internazionale di dare una soluzione a conflitti complessi, quali in primo luogo quelli in Siria e Libia, associati alla destabilizzazione di altri Stati di notevole rilevanza geopolitica;

il 15 ottobre 2015, la Commissione europea ha presentato un piano d'azione congiunto tra la UE e la Turchia, che mira a rafforzare le proprie frontiere esterne e a gestire il flusso migratorio sia regolare che irregolare, ed è corredato da un aiuto straordinario di 3 miliardi di euro. In cambio di tale aiuto, si è stabilito di rilanciare il processo di adesione della Turchia all'Unione europea. Quest'ultima, infatti, ha acquisito ufficialmente lo status di Paese candidato all'adesione nel 2005 ed in virtù di esso riceve dalla UE ingenti finanziamenti, volti alla convergenza socio-economica con gli altri Stati membri. Solo nell'attuale settennio programmatico 2014-2020 si tratta di 4,5 miliardi di euro per lo strumento di assistenza ai Paesi in preadesione (IPA II), di cui 1,5 specificamente destinati a stabilizzare lo stato di diritto, migliorare il livello di rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Risulta, pertanto, evidente la necessità di subordinare e condizionare i predetti aiuti ad un effettivo rispetto e miglioramento di questi diritti e libertà, oltre che ai principi su cui l'Unione si basa;

a tal proposito, nell'accordo siglato tra l'Unione europea e la Turchia a marzo 2016 si è concordato di: a) far rientrare, a spese dell'Unione europea, tutti i nuovi migranti irregolari che hanno attraversato la cosiddetta rotta balcanica; b) far sì che, per ogni cittadino siriano che la Turchia riammette dalle isole greche, un altro siriano sia reinsediato dalla Turchia negli Stati membri della UE, nel quadro degli impegni esistenti; c) accelerare l'attuazione della tabella di marcia per la liberalizzazione dei visti con tutti gli Stati membri, in vista della soppressione dell'obbligo del visto per i cittadini turchi al più tardi entro la fine di giugno 2016; d) accelerare l'erogazione, per assicurare il finanziamento di una prima serie di progetti entro la fine di marzo, dei 3 miliardi di euro inizialmente stanziati e prendere una decisione in merito a un ulteriore finanziamento destinato allo strumento per i rifugiati siriani; e) prepararsi alla decisione di aprire quanto prima nuovi capitoli dei negoziati di adesione sulla base delle conclusioni del Consiglio europeo dell'ottobre 2015; f) collaborare con la Turchia in eventuali sforzi comuni volti a migliorare le condizioni umanitarie in Siria, in modo da consentire alla popolazione locale e ai rifugiati di vivere in zone più sicure;

quanto esposto, tuttavia, alla luce delle drammatiche e tragiche vicende turche degli ultimi giorni, legate al fallito golpe, rischia palesemente di naufragare, poiché è evidente che il Governo turco sta intraprendendo urgenti azioni ritorsive e antidemocratiche. Si pensi alla provocatoria richiesta turca di reintroduzione della pena di morte in Europa ed alla vera e propria epurazione di massa seguita al fallito golpe. Ad oggi, risulterebbero infatti sospesi quasi 10.000 agenti di polizia, oltre 3.000 magistrati, 100 agenti dei servizi segreti, 15.200 insegnanti e 492 imam allontanati. Le persone arrestate, militari soprattutto, sono salite a 9.322, ma sono numeri destinati a modificarsi purtroppo;

la Siria dal 15 marzo 2011 vive una terribile guerra per procura alimentata da terroristi provenienti da 89 Paesi, dove, finora, sono morte più di 250.000 persone, tra civili e militari. Sul territorio siriano si sono sviluppate, grazie anche al supporto logistico, finanziario e di armamenti, le organizzazioni terroristiche di Jhabbat al-Nusra, filiale di al-Qaeda in Siria, e il sedicente Stato islamico (Daesh);

in Libia, la situazione di stallo con il Parlamento di Tobruk e l'incapacità di Al Serraj, l'uomo che la "comunità internazionale" ha scelto come nuovo capo del "Governo nazionale libico", di essere un soggetto credibile per la popolazione e la ricostruzione del Paese richiedono un profondo ripensamento della strategia finora adottata dall'Italia in un Paese strategicamente chiave per il futuro di tutta l'area mediterranea. Il fallimento di Al Serraj dimostra che l'unica via per il riconoscimento di un interlocutore nazionale credibile sia rappresentato da libere elezioni che l'Onu dovrebbe promuovere, in seguito ad un patto tra le parti e attraverso un cessate il fuoco generalizzato, per promuovere un processo realmente democratico includente e popolare;

l'Alleanza atlantica, sorta sul concetto di "difesa collettiva", ha, con l'implosione dell'Unione sovietica nel 1991 e lo scioglimento del patto di Varsavia, perso il motivo alla base della sua esistenza e si è trasformata, con l'adozione del nuovo concetto strategico della Nato, da strumento di "difesa" a strumento di aggressione, come dimostrano le guerre di Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Somalia, Sudan, Libia, Siria, Ucraina. Queste guerre della Nato hanno finito per rendere ancora più insicuro il pianeta, destabilizzando intere aree e funzionando da straordinario propellente per i vari terrorismi di matrice religiosa e settaria. Il sistema "di sicurezza" della Nato espone l'Italia a gravissimi rischi, violando la nostra Costituzione (articolo 11) e trattati internazionali fondamentali, come il Trattato di non proliferazione nucleare;

considerato che:

in ordine agli esiti del recente vertice Nato tenutosi a Varsavia nei giorni 8 e 9 luglio 2016, occorre sottolineare che l'Alleanza atlantica viveva già un momento estremamente delicato in merito alle tensioni e minacce sia sul suo fianco est che su quello sud. Dal "fianco est" la stessa scelta di tenere il vertice nella capitale polacca è stata certamente percepita dalla Russia come dimostrazione che l'agenda dell'Unione europea e della Nato hanno messo questo fronte come il principale sul quale impegnarsi. La permanente instabilità in Ucraina e le condizioni per un negoziato di pace tra il Governo ucraino e le regioni secessioniste, delineate con l'accordo Minsk II, appaiono ancora difficili da soddisfare. Ciò conferisce al conflitto ucraino un profilo di "conflitto congelato" ai confini dell'Europa, che si associa alla perdurante instabilità della stessa scena politica di Kiev. Tale situazione costituisce un fattore permanente di attrito con la Russia, con la quale da 2 anni perdura un rapporto segnato da tensioni e provocazioni, che è ormai in parte indipendente dalla situazione in Ucraina;

il progressivo isolamento economico, politico e diplomatico della Russia nei confronti dei Paesi dell'Unione europea e delle altre forze occidentali indebolisce il fronte comune che la comunità internazionale deve invece costituire, al fine di intraprendere le necessarie azioni di contrasto ai fenomeni terroristici;

nell'ottica di allargare la cooperazione extra Unione europea, il quadro risulta particolarmente grave, se si considera che, ad esempio, non risulta allo stato esistente alcuna forma di coinvolgimento o cooperazione tra i servizi di intelligence dei Paesi UE con quelli russi, collaborazione che, come più sopra accennato, appare indispensabile soprattutto per prevenire nuovi attentati da parte di gruppi jihadisti;

in ordine alla minaccia terroristica, le modalità con le quali si sono susseguiti gli ultimi tragici attentati di matrice jihadista destano grande preoccupazione, soprattutto in considerazione del fatto che gruppi organizzati e armati (ma anche i "lupi solitari") riescono, ormai, a muoversi con estrema facilità e in tutta tranquillità nelle capitali europee, mettendo in esecuzione delle vere e proprie operazioni militari e evitando con apparente semplicità le misure di protezione in atto;

già all'indomani dei tragici fatti di Parigi del novembre 2015, i Ministri dell'interno dei Paesi dell'Unione europea si sono riuniti e hanno concordato di rafforzare la lotta contro il terrorismo jihadista, attraverso un maggiore controllo delle frontiere esterne, il blocco dei contenuti trasmessi dagli estremisti su internet, nonché sulla necessità di migliorare il sistema di raccolta dati che i viaggiatori forniscono alle compagnie aeree (il cosiddetto PNR). Al contempo si discute da tempo in merito ad una direttiva europea in materia di sicurezza cibernetica (cybersecurity);

la presenza di combattenti stranieri (foreign terrorist fighter), spesso definiti come "volontari stranieri", si è palesata tragicamente soprattutto tra le file dei miliziani ribelli, che si oppongono alle truppe governative siriane. Questi combattenti, spesso giovanissimi, provengono in massima parte dall'Europa e sono nati nei Paesi dell'Unione europea, figli di immigrati storici integrati in Europa da decenni;

la via del reclutamento passa soprattutto attraverso il web e consiste in un processo capillare di indottrinamento, selezione, fidelizzazione e invio nel Califfato, gestito da rappresentanti dell'Islam radicale, non più attraverso la frequentazione di moschee radicali (già sotto sorveglianza), ma anche nelle carceri, nelle palestre o alle manifestazioni;

segnalando che, fortunatamente, il terrorismo islamico o religioso rimane ancora minoritario, occorre rammentare che le ragioni o radici della deriva terroristica vanno ricercate in una pluralità di motivazioni, incluse quelle l'ideologia politica o una rivendicazione secessionista. Pertanto, oltre a combattere la radicalizzazione religiosa, risulta irrinunciabile migliorare collegamenti di intelligence che permettano di fermare qualsiasi tipologia di terrorismo;

sempre più spesso emerge il tema della connessione tra elementi della criminalità organizzata, anche italiana, ed alcune organizzazioni terroristiche di matrice islamica, che si esplica nel transito delle droghe verso l'Europa dall'Asia minore e dal vicino Oriente, nel contrabbando delle opere d'arte antiche e nella tratta degli esseri umani, fattori che si legano alle rotte del traffico illegale delle armi. Il problema nella fase attuale è la ricerca di meccanismi che ne indeboliscano la trama;

il gruppo parlamentare del MoVimento 5 Stelle, anche in sede istituzionale, ha da tempo evidenziato quali possano essere le strade da percorrere per cercare di combattere definitivamente i fenomeni terroristici, ritenendo, innanzitutto, necessario interrompere ogni possibile canale di finanziamento a questi gruppi e, nello specifico, a Daesh e, conseguentemente, ridimensionare i rapporti istituzionali e commerciali con quei Paesi, come Arabia saudita, Qatar e Turchia, i quali hanno dimostrato di averlo sostenuto;

in tal senso, diviene di fondamentale importanza bloccare, contestualmente, l'esportazione di armi verso i Paesi del Golfo, che fomentano guerre e instabilità politica, attraverso la corretta e immediata applicazione in tutti gli Stati membri della UE del protocollo mirante a stabilire i principi da rispettare nell'esportazione di armi, rafforzato e esteso attraverso la posizione comune 2008/944/PESC e 2 decisioni del Consiglio 2009/1012/PESC e 2012/711/PESC, così come del Trattato sul commercio delle armi dell'ONU ("Arms trade treaty" - ATT) già ratificato dall'Italia e supportato dall'Unione;

nell'ultimo anno è, infatti, triplicata la vendita di armi italiane all'estero e sono aumentate le forniture verso Paesi in guerra: in particolare quelle verso l'Arabia saudita che, alla testa di una coalizione sunnita, partecipa alla guerra in Yemen, motivo per il quale il Parlamento europeo ha chiesto un embargo sulla vendita di armamenti. Risulta peraltro significativamente accresciuta anche l'intermediazione finanziaria delle principali banche italiane nel traffico di armi. Tra queste, le banche Intesa e Unicredit e, tra i piccoli istituti coinvolti, compare anche la Banca popolare dell'Etruria;

considerato inoltre che:

la relazione annuale del Governo italiano sull'export militare italiano 2015 mostra un aumento del 200 per cento per le autorizzazioni all'esportazione definitiva di armamenti, il cui valore complessivo è salito a 7,9 miliardi dai 2,6 miliardi del 2014; il valore dell'export di armi made in Italy verso l'Arabia saudita autorizzato nel 2015 è salito a 257 milioni di euro dai 163 milioni del 2014. Un aumento del 58 per cento attribuibile in gran parte alle tonnellate di bombe aeree prodotte nello stabilimento sardo di Domusnovas della Rwm Italia SpA e spedite, via aerea e navale, da Cagliari tra le proteste e le denunce, anche alla magistratura, di parlamentari e pacifisti;

a ciò si aggiunge il forte incremento del valore delle esportazioni di armi italiane verso l'Arabia saudita, che rientrano tra i programmi intergovernativi di cooperazione militare, saliti nel 2015 a 212 milioni di euro dai 172 milioni del 2014. Il principale programma riguarda i cacciabombardieri Eurofighter, usati ogni giorno dalla Royal Saudi Air Force nei suoi raid in Yemen. La fornitura, iniziata anni fa, riguarda l'Italia non solo per la sua partnership industriale nel consorzio europeo (con Finmeccanica), ma anche perché questi aerei, assemblati negli stabilimenti inglesi della Bae System, vengono consegnati, facendo scalo nell'aeroporto bolognese di Caselle. Ciò nonostante la legge n. 185 del 1990 vieti anche il transito di armi destinate a Paesi in guerra. In ultimo, in questi giorni è stato reso noto l'accordo tra Leonardo Finmeccanica e l'Arabia saudita per la fornitura dei nuovi droni "Falco Evo";

anche le forniture belliche italiane verso gli altri Paesi che partecipano alla guerra in Yemen a fianco dei sauditi sono proseguite o aumentate: gli Emirati si confermano il principale cliente mediorientale (con 304 milioni come l'anno prima), mentre c'è stato un forte incremento di vendite al Bahrein (da 24 a 54 milioni) e soprattutto al Qatar (da 1,6 a 35 milioni). Il Kuwait, nel 2015 ancora tra i clienti minori, è destinato a scalare la classifica, dopo la firma, poche settimane fa, di un contratto multimiliardario sottoscritto dal Ministro della difesa Pinotti per la fornitura di 28 cacciabombardieri prodotti da Finmeccanica;

si tratta, dunque, di un vero e proprio boom di export verso tutti i Paesi in guerra, a cominciare da un clamorosa new entry: l'Iraq. Infatti questo Paese, mai comparso finora tra i clienti italiani nell'epoca post Saddam, esordisce nel 2015 con vendite per 14 milioni di euro (armi leggere e munizioni, quindi Beretta). È da registrare anche un'impennata di vendite sia verso la Turchia (da 53 a 129 milioni), che bombarda i kurdi fuori e dentro i suoi confini con gli elicotteri T129 costruiti su licenza Finmeccanica, che verso il Pakistan (da 16 a 120 milioni) in perenne conflitto con talebani, indipendentisti baluci e con l'India (anch'essa con forniture belliche italiane in aumento da 57 a 85 milioni, nonostante la crisi dei marò e la guerra contro la ribellione contadina naxalita). Nel 2015 sono incrementate inoltre le vendite all'Egitto (da 32 a 37 milioni), comprese le armi leggere e i lacrimogeni usati dalla polizia del Cairo nelle repressioni di piazza. In conclusione l'Italia, con il suo fiorente commercio delle armi, continua a esportare insicurezza e destabilizzazione,

impegna il Governo:

1) a promuovere una riflessione sulla sostanziale e incontrovertibile inadeguatezza delle politiche attualmente adottate, sugli interessi tutelati e sull'impianto istituzionale dell'Unione europea, nel rispondere alle necessità e ai bisogni reali dei cittadini europei, innescando in tal modo il rifiuto dell'unità e della messa in comunione delle politiche;

2) a promuovere la concentrazione delle risorse dell'Unione destinate alla lotta al terrorismo per migliorare la sicurezza interna dei cittadini europei, attraverso il potenziamento delle reti di intelligence nazionale e l'armonizzazione dei quadri normativi relativi all'intelligence, favorendo altresì la collaborazione in tal senso con la Federazione russa e con i Paesi del nord Africa, al fine di utilizzare appieno le capacità tecnico-operative attuali;

3) ad attivarsi, nelle opportune sedi, per la costruzione di una rete di intelligence che monitori le rotte dei traffici illeciti che finanziano il terrorismo internazionale, al fine di definire efficaci azioni operative transnazionali;

4) a proporre l'elaborazione di un piano europeo per la sicurezza cibernetica quale utile strumento per il contrasto al terrorismo internazionale nel rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini europei quali privacy e libertà di espressione, come riconosciuti nella Carta dei diritti dell'Unione europea e dalla giurisprudenza, anche recente, della Corte di giustizia dell'Unione;

5) a concordare modalità efficaci per rafforzare le frontiere esterne dell'Unione, inclusa quella italiana, in modo da massimizzare la sicurezza, senza ledere in alcun modo i diritti delle persone e preservando al contempo la libertà di circolazione interna all'Unione. In particolare vanno affinate le misure atte a rendere efficaci i controlli, incluso ciò che concerne i flussi migratori in entrata;

6) a definire un piano d'azione condiviso con gli altri Stati membri, volto a contrastare il radicalismo e la propaganda jihadista, attraverso il coinvolgimento attivo dei Paesi in cui si incentra il radicalismo e degli attori internazionali maggiormente interessati, quali la Lega araba e l'Unione africana, favorendo l'avvio di piani per uno sviluppo sostenibile di lungo periodo miranti in primo luogo a incrementare il benessere sociale e la diffusione della cultura;

7) a prevedere il superamento del regolamento di Dublino III (regolamento (UE) n. 604/2013), rivelatosi ampiamente inadeguato alla soluzione del fenomeno migratorio, prevedendo l'istituzione di centri di raccolta e valutazione delle domande dei richiedenti asilo, direttamente nei territori di transito e partenza, con la collaborazione delle autorità locali, concordando, con i Paesi di provenienza e transito, un piano comune di gestione dei flussi migratori, anche in ottica di prevenzione della criminalità, se non anche prevedendo la sostituzione della missione militare europea "Eunavformed operation Sophia", con una missione civile internazionale, come sostenuto dall'organizzazione Amnesty international;

8) a salvaguardare la sacralità dell'articolo 11 della Costituzione "L'Italia ripudia la guerra", utilizzando le proprie forze armate esclusivamente per difendere i confini nazionali e per missioni in ambito Onu che non si configurino come missioni di guerra mascherate;

A) in relazione alla crisi turca:

9) ad attivarsi affinché sia sospeso l'accordo siglato tra la Turchia e l'Unione europea in relazione ai migranti e contestualmente a sospendere sia gli aiuti economici previsti sia il processo di liberalizzazione dei visti ivi definiti, sino a quando la Turchia: a) non rispetterà pienamente e integralmente i diritti umani sanciti dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo e stabiliti dalle altre convenzioni internazionali siglate, incluso l'articolo 38 della direttiva 2013/32/UE sia nei confronti dei migranti che dei cittadini turchi; b) non cesserà qualsiasi tipo di violenza nei confronti delle minoranze (religiose, linguistiche, eccetera); c) non ripristinerà integralmente la libertà di stampa e garantirà piena libertà di espressione e di manifestazione delle idee; d) non prenderà una chiara posizione nel contrasto del terrorismo internazionale e del problema dei foreign fighter;

10) ad impegnarsi perché sia sospeso l'accordo di pre-adesione alla UE, firmato nel 2005 con la Turchia e contestualmente gli aiuti connessi;

11) a promuovere, in sede Nato, una necessaria e opportuna riflessione sulla permanenza della Turchia nell'Alleanza atlantica;

12) a condannare senza reticenze le iniziative di repressione e di guerra nel Kurdistan turco, operato dal regime di Erdogan;

13) a richiedere un immediato cessate il fuoco tra le parti, la liberazione dei prigionieri politici incarcerati per la professione delle proprie idee e a riprendere le trattative di pace unilateralmente interrotte con il PKK;

14) a redistribuire le dotazioni finanziarie sinora previste per l'accordo con la Turchia (nel caso, purtroppo concreto, della mancata realizzazione delle condizioni innanzi esposte) tra i Paesi che si adopereranno al fine dell'accoglienza, gestione e risoluzione del fenomeno migratorio;

B) con riferimento alla situazione di guerra nella Repubblica araba di Siria:

15) a riconoscere e ripristinare le relazioni diplomatiche con la Repubblica araba siriana;

16) a condannare gli atti di terrorismo compiuti ai danni della popolazione siriana;

17) ad intervenire nelle sedi internazionali, quali ONU e Unione europea, affinché sia rispettata la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'ONU n. 2170, che prevede misure per ostacolare ogni tipo di supporto, finanziamento e armamento ai terroristi dello Stato islamico (Daesh), nei confronti del fronte terroristico "Jabhat al-Nusra" e del flusso di terroristi in Siria e in Iraq;

18) a dissociarsi e a contribuire in sede europea alla rimozione delle inique sanzioni economiche alla Repubblica araba siriana;

C) con riferimento alla situazione nello Stato della Libia:

19) ad agire in sede ONU per arrivare ad un processo di riconciliazione, che consenta l'indizione in Libia, di libere elezioni in un arco di tempo determinato;

20) a supportare e ad individuare, come soggetti referenti per la ricostruzione del Paese e per la gestione dei flussi migratori, le attuali amministrazioni locali libiche;

21) a sottoporre al Parlamento un'agenda per il progressivo disimpegno dell'Italia da tutte le azioni della Nato in aperto contrasto con la lettera e lo spirito dell'articolo 11 della Costituzione, e a comunicare al comandante in carica in Europa della Nato l'indisponibilità di utilizzare il nostro territorio per il deposito e transito di armi nucleari, batteriologiche e chimiche;

22) ad attivarsi nelle sedi internazionali, affinché i Paesi membri della Nato siano inclusi nella ripartizione delle quote dei flussi migratori;

D) con riferimento all'export delle armi, in particolare nel Medio oriente:

23) ad assumere iniziative finalizzate ad interrompere immediatamente la vendita di armi all'Arabia saudita e agli altri Paesi della coalizione sunnita che partecipano ai bombardamenti in Yemen, nel rispetto della legge n. 185 del 1990;

24) a promuovere una rigorosa applicazione della posizione comune firmata da tutti gli Stati europei nel 2008, che prevede il divieto di vendita di armi e finanziamenti per Paesi (come Arabia saudita, Qatar e Paesi del Golfo) che alimentano guerre civili o sostengono anche indirettamente il terrorismo.

 


Fonte: www.senato.it

*I testi e i file multimediali disponibili nella categoria "Osservatorio parlamentare" di questo sito sono tratti dai portali web istituzionali della Camera dei Deputati (www.camera.it) e del Senato della Repubblica (www.senato.it) dello Stato italiano e riportati fedelmente senza alcuna modifica.

 

I contenuti di questo sito, ad eccezione dei "Comunicati stampa", non riflettono necessariamente posizioni ufficiali presenti o passate dell'IRIAD.

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