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Dopo Parigi, c'è una lezione sulle differenze da imparare

 

Raramente accade che una singola vicenda sia, per quanto clamorosa, in grado di rappresentare la sintesi perfetta dei problemi morali e politici che una società deve fronteggiare in riferimento al cruciale aspetto del rapporto con gli “altri”. Questo è accaduto con il caso Charlie Hebdo che forse, con i suoi drammatici costi umani, un giorno dovremo ringraziare per averci messo violentemente di fronte a problemi che non volevamo affrontare: l’eguaglianza e le differenze, la libertà e il rispetto, i diritti e i doveri e altre cose ancora.

Sparano a una redazione di giornalisti e disegnatori perché hanno fatto satira? La reazione non può essere che una: tutti noi (anche quelli che pensano che quella satira sia esagerata) siamo Charlie Hebdo e, fisicamente o moralmente, scendiamo in piazza. Qui cominciano i problemi. Prendiamoli dalla fine, dalla dichiarazione del Papa. A qualcuno che offende mia madre, io rispondo (posso? Devo? Lo faccio e basta?) “con un pugno”. Non approfondiamo (sarebbe interessante ma ci porterebbe troppo lontano) lo spaesamento che desta una simile affermazione alla luce della predicazione evangelica e dell’interpretazione datane sinora dalla Chiesa. Diciamo che (fatto esso stesso insolito) in questo caso il Santo Padre non ha parlato del mondo quale deve essere ma, come farebbe uno scienziato sociale, del mondo quale esso è. In tal senso la metafora che ha utilizzato è, nella sua semplicità, molto efficace. In effetti i terroristi islamici hanno fatto proprio così: a uno o più epiteti volgari riferiti alla loro affiliazione hanno replicato con la violenza fisica, nella fattispecie si sono procurati dei fucili mitragliatori e li hanno scaricati sugli autori degli epiteti.

Da un lato non hanno torto coloro che – per tacere delle critiche al giornale francese da parte di molti governi e di molte persone di fede musulmana – all’interno del mondo occidentale hanno espresso riserve sulle modalità scelte per fare satira. Questo è il primo dato su cui riflettere. Dunque le differenze non riguardano soltanto ciò che è “esterno” all’occidente, ad esempio circa la diversa percezione che esiste nelle varie culture del mondo nei confronti di fenomeni quali il senso del sacro o anche del senso dello humour (una mano a diffondere questa consapevolezza può darla papa Francesco, vista la scarsa efficacia in materia dei dipartimenti universitari).

Sorprendentemente, dunque, le differenze esistono anche all’interno del mondo occidentale, e neppure in una posizione periferica. Alla sensibilità “organicistica” della Chiesa cattolica, che avverte come problematiche le posizioni di Charlie Hebdo, si unisce la sensibilità “liberale” dei giornali americani e in genere del mondo anglosassone, una realtà alla quale è un po’ difficile, in tema di libertà di espressione, impartire lezioni. Di fronte al radicalismo di certe battaglie l’imbarazzo americano (nessuno può convincerci che al corteo di una settimana fa il governo degli Stati uniti non avesse un ministro in grado di prendere un aereo per Parigi) è l’imbarazzo di una società fondata sul patto politico e civile di convivenza di una società pluralista, formata da differenti gruppi etnici, nazionali e religiosi. Non è né facile né scontato che il patto funzioni sempre e bene (i disordini razziali degli ultimi mesi sono lì a ricordarlo), ma significa che tutti o quasi i suoi contraenti convengono sul fatto di non offendersi a vicenda. Questa è l’origine del “politicamente corretto” che manda fuori dai gangheri certi politici e intellettuali nostrali, che un giorno fanno gli xenofobi e un giorno i giacobini, ma restano sempre dei provinciali.

Certo, poi c’è la questione, ben più complicata, delle differenze con l’esterno. C’è l’esterno che è tale nel suo significato più pieno, geostrategico. Qui la politica, che solitamente ignora le prospettive diverse dalla propria (sociali, culturali, psicologiche), la fa da padrona. È logico che sia così. In un sistema democratico rappresentativo (imperfetto, ma gli altri sono peggiori) parlamento e governo si prendono la responsabilità di fare le leggi e di governare, cioè di decidere. Assumono le decisioni giuste? È da vedere. Alla fatica di riflettere e selezionare le scelte, e soprattutto all’enorme fatica di farle eseguire, i politici tendono a preferire il gesto e la parola, cioè la retorica. Come se le lezioni dell’Afghanistan e dell’Iraq non avessero insegnato niente, partono le portaerei, efficaci contro il terrorismo quanto una squadra di medici che volesse prevenire la diffusione di un’epidemia bastonando i pazienti. Analoga la deriva che prendono, o potrebbero prendere (forse possiamo impedirlo) le politiche all’interno. E’ arrivato il momento anche in Italia di interrogarsi seriamente su quali politiche pubbliche mettere a punto per gestire al meglio le differenze che si sono determinate e ulteriormente si svilupperanno in futuro nella popolazione del nostro Paese. La relativa omogeneità etnica e culturale che caratterizzava l’Italia sino a una generazione fa è un ricordo del passato. Bisognerebbe prenderne atto facendo pulizia delle sovrastrutture ideologiche, tanto razziste quanto buoniste, che impediscono un discorso razionale sia sulle potenzialità sia sui costi e sui vincoli dell’inclusione degli immigrati nel tessuto economico, sociale e civile del Paese. Per il contrasto dell’estremismo islamico non c’è bisogno né di leggi né di corpi speciali. Non solo da noi, ma da noi in particolare, le criticità non sono legislative sono organizzative: facciamo funzionare, nei sistemi preposti al contrasto, quello che già c’è, che è tanto. E se le risorse non bastano, razionalizziamo quelle che abbiamo, per esempio portando i Corpi di polizia da cinque a due, uno a ordinamento civile (la Polizia di Stato con dentro Penitenziaria e Forestale) e uno a ordinamento militare (Carabinieri e Finanza).

Soprattutto, concentriamoci sulla prevenzione. Non quella (pur necessaria) dell’intelligence e della polizia, ma la prevenzione sociale, quella che contribuisce a creare dei cittadini, in grado di condividere un sistema di diritti e di doveri, di libertà e di legalità. Una settimana fa a Parigi i giovani hanno scandito lo slogan: “Non ci cambierete”. Sul piano dei valori costituzionali della Francia e dell’Europa da difendere di fronte all’attacco fondamentalista, il concetto è perfetto. Sul piano sociale, invece, ove si rivolgesse agli “altri” cioè agli immigrati specie musulmani, andrebbe perfezionato: “anche voi potete portare il cambiamento per noi, se sarete capaci di cambiare voi stessi”. In questo cambiamento c’è l’accettazione dello Stato di diritto, l’interiorizzazione della legalità. Su questo non sono possibili compromessi, tranne uno che invece è addirittura necessario. Si tratta del compromesso costitutivo, quello che nel XVII secolo ha consentito all’Europa di uscire da centocinquanta anni di distruzioni provocate dalle guerre di religione: l’accettazione dell’ordinamento (all’epoca religioso, oggi giuridico) vigente in un paese. Kant diceva che ogni essere umano ha diritto di visitare e di essere ricevuto “non ostilmente” in ogni paese del mondo, purché lo faccia in pace. Ciò è possibile se tutti coloro che abitano un territorio – nazionali o migranti, cittadini autoctoni o cittadini di prima, seconda, terza generazione – credono che la costituzione e le leggi siano la prima regola da rispettare.

 

Fonte: www.reset.it 

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