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Rohani e il dilemma della politica demografica iraniana

Rohani e il dilemma della politica demografica iraniana - GEOPOLITICA.info

Il debutto di Rohani da Presidente dell’Iran ha segnato l’avvio di un nuovo capitolo politico, contrassegnato da un’apertura concreta al sistema internazionale ed in particolare al dialogo con gli Stati Uniti.  È stato eloquente, in tal senso, l’accordo di Ginevra sul tema del nucleare lo scorso novembre. La stretta di mano tra il “Grande Satana”  e il rappresentante più temuto dell’“Asse del Male”  è senza dubbio di portata storica.

E urticante per alcuni attori, come i vicini Israele ed Arabia Saudita.  Un recente sondaggio Gallup ha rivelato che l’opinione pubblica americana pone oggi la Cina, piuttosto che la Repubblica Islamica, al vertice della classifica dei rivali geopolitici più temuti. Una rinnovata alleanza tra l’Iran e gli Stati Uniti potrebbe avere tra i suoi primi frutti non solo un più disteso clima sul tema nucleare, ma anche la pacificazione dei più accesi focolai mediorientali. Il realista Obama è consapevole  dell’ineludibile peso dell’Iran nella guerra in Siria e nella stabilizzazione di Afghanistan e Iraq, entrambi influenzati primariamente attraverso la leva etnico-religiosa. All’Iran, dal canto suo, gioverebbe un maggior riconoscimento del proprio ruolo. Entrambi guadagnerebbero un’enorme vittoria diplomatica e, dato tutt’altro che accessorio per gli Usa, allontanerebbe l’Iran dalla Cina e dalla Russia.

Comunque, mettendo da parte scenari futuribili, di reale resta un’intesa faticosamente raggiunta. Quanto si dimostrerà solida e durevole questa fase? Se il disgelo porterà ad una normalizzazione diplomatica duratura lo dirà solo il tempo. Intanto viene da chiedersi quali sono i contorni del “metodo Rohani” all’interno del Paese.

Dal 2008 lo Stato iraniano  versa in una grave crisi economica, in parte riconducibile alle pesanti sanzioni internazionali. Per il momento però, in un contesto regionale di crisi e rivoluzioni, la Repubblica Islamica dell’Iran resiste. Non gode però di ottima salute. Vi sono stime secondo cui solo il 40% della popolazione sarebbe a sostegno dell’attuale repubblica.  Il restante 60% sarebbe disunito e meno forte dell’altro blocco. A frenare istinti ribelli sarebbero i ricordi della rivoluzione, la non lontana guerra con l’Iraq e il perdurante conflitto in Siria, per citarne alcuni. Meglio dunque una situazione come l’attuale, piuttosto che sfociare nell’imprevisto, peggio ancora se cruento. Questo disincentivo alle proteste potrebbe però non durare a lungo. Consapevoli di questo, i governi tengono alta la guardia sulla società civile, sebbene, soprattutto nella capitale, il controllo sul rispetto di certe regole sia stato allentato e siano in voga costumi fino a pochi decenni fa impensabili.  Dallo smalto alle unghie femminili ai ben più problematici alcol, droga e social network per esempio. Questi ultimi diffusi, più o meno nascostamente. A proposito della censura su libri, canali stranieri e social network, il Ministro della Cultura Ali Jannati ha promesso qualche settimana fa un allentamento delle restrizioni. Facebook e Twitter, ad esempio, sono accessibili agli iraniani solo attraverso vie informatiche illegali, mentre sono molto utilizzati dagli stessi politici persiani. Vale la pena di notare che il Ministro Jannati è figlio del Capo del Consiglio dei guardiani della Costituzione, un organo di garanzia dominato da conservatori anche in tema di censura.

Il Presidente Rohani, in linea con il suo ministro, ha fatto dichiarazioni del tutto inedite per la Repubblica Islamica, a supporto della libertà cibernetica in quanto diritto civile. Inoltre ha affermato: “Perché stiamo tremando così tanto? Perché non riponiamo fiducia nei nostri giovani?”.

Ancora un esempio di connessione tra l’attuale governo e la società civile: il video “Happy we are from Teheran”, diffuso su Youtube da un gruppo di iraniani. Si tratta di un remake della canzone di Pharrel Williams, interpretato da ragazzi e ragazze senza il velo, che si divertono con balli ironici. Il video -ritenuto oltraggioso dagli esponenti politici della linea dura- ha portato all’arresto dei ragazzi, poi rilasciati su cauzione. Significativamente Rohani ha ripreso su Twitter una propria frase di qualche mese prima:  “La felicità è un diritto della nostra gente. Non dovremmo essere troppo severi con i comportamenti causati dalla gioia”.

La dicotomia politica – conservatori da una parte, moderati-riformisti dall’altra – è dunque facile da leggersi. Ma quale orientamento sarà a prevalere? E quanto è sincero e concreto il progressismo di Rohani? Altri interrogativi aperti.

Si può però approfondire una questione che sarà cruciale per gli equilibri di potere interno e internazionale: la demografia dell’Iran. Anche per questo tema si può partire da recenti messaggi emblematici di Rohani e della Guida Suprema, l’Ayatollah Khamenei. Quest’ultima, in una conferenza, ha esaltato il ruolo della donna nel focolare domestico, sottintendendo l’importanza della procreazione. Rohani, invece, ha esaltato il ruolo delle donne nelle rivoluzioni, anche quella islamica, difendendo la parità di diritti tra uomo e donna e la dimensione lavorativa femminile. I messaggi delle due massime cariche politiche, poco subliminali, sono da ricondurre a due differenti piani politici, uno il contrario dell’altro.

La Guida Suprema vuole perseguire un progetto natalista: dal 2012 ha cominciato a criticare la politica di limitazione delle nascite e ha auspicato il raddoppiamento della popolazione. In questo è concorde con l’ex premier Ahmadinejad, che aveva bollato come “occidentale” il controllo della natalità. Questa politica era stata avviata nel 1989, dopo il boom demografico incentivato dalla politica dell’Ayatollah Khomeini, in parte dettata dalla guerra contro l’Iraq (tra gli slogan: “più figli contro Saddam Hussein”). Era stato poi lo stesso Khomeini, persuaso dall’idea che l’economia non poteva sostenere un così alto tasso demografico, a fare marcia indietro emettendo una fatwa che “liberalizzasse” il controllo della natalità e lo rendesse accettabile ai musulmani più conservatori. Il freno alle nascite, sostenuto da incentivi e motti come “meno figli per una vita migliore”, si è rivelato sorprendentemente efficace, sancendo l’abbassamento di natalità più rapido mai registrato: dai 3,6 figli per coppia degli anni ‘80 all’1,8 circa di oggi. La fecondità e la mortalità adulta hanno raggiunto livelli bassissimi, vicini a quelli occidentali. Tale evoluzione della struttura della popolazione è individuata dalla demografia con il termine “transizione”, la quale presenta la possibilità di un momento – chiamato “finestra  di opportunità demografica” – cruciale e irripetibile dal punto di vista della crescita economica. La massiccia presenza di  giovani, insieme ad una contenuta porzione di popolazione inattiva, è infatti un portentoso carburante, invidiabile per i paesi più industrialmente avanzati. La crescita necessita ovviamente di un contesto ambientale favorevole, lontano da quello attuale. L’Iran ha la percentuale di giovani tra le più alte al mondo e circa il 70% della popolazione in età da lavoro (15-64 anni), ma, al contempo, un alto livello di disoccupazione (tra 10 e 14%, a seconda delle fonti) e un’alta inflazione (35% circa).

Il piano di Rohani, in continuità con gli ultimi decenni, vale a dire di promozione della contraccezione e dell’inserimento femminile nel mondo del lavoro, sembra  basato su un pragmatismo che guarda ai percorsi demografici occidentali. E che inoltre valuta troppo alto il rischio di un aumento della spesa pubblica e di un ulteriore aumento del livello di disoccupazione, che potrebbero verosimilmente realizzarsi scegliendo l’opzione di favorire più nascite.

Le ragioni del popolazionismo di Khamenei potrebbero essere più complesse. La motivazione ufficiale e più semplice è il timore di passare da un’alta percentuale di giovani ed adulti ad un’alta percentuale di anziani senza aver avviato la crescita. Si tratterebbe quindi di bruciare un enorme vantaggio e di avere un peso - quello della popolazione inattiva - di difficile sostenimento per una futura popolazione attiva proporzionalmente meno numerosa. Khamenei ha parlato dello spettro di questa ipotesi usando i termini “decadenza” e “depopolazione”.  Eppure alcuni studiosi, come Marie Ladier-Fouladi, lo hanno smentito, riferendosi a proiezioni che vedono nel 2025 ancora un momento demografico propizio per la crescita economica. Perciò per realizzare quelle riforme strutturali che, senza la spada di Damocle delle sanzioni, potrebbero tradursi in volano per la ripresa. Persino nel più distante 2050, secondo proiezioni delle Nazioni Unite, l’Iran è considerato essere tra i paesi più popolosi al mondo. L’INED - Institut national d’études démographiques -  stima che in quell’anno la popolazione iraniana sarà di circa 99 milioni di persone.  Alla luce di questi dati la teoria della decadenza della popolazione potrebbe dunque essere ingiustificata, dando adito all’ipotesi che la posizione dell’Ayatollah sia di matrice prettamente politica e geostrategica. La studiosa Fouladi ha parlato di “arma demografica”: volontà di pesare maggiormente nella regione e nel contesto internazionale. Questo fine ultimo è in realtà verosimilmente lo stesso di Rohani. Due ricette diverse per una stessa ambizione di rinascita. Per il momento Rohani ha riscosso un discreto favore grazie ad aperture ed esternazioni ad effetto. Il suo Grand Design deve confrontarsi tuttavia con l’approvazione di misure su impulso della Guida Suprema, proprio in campo demografico. Sono infatti appena partite le politiche e la campagna per l’aumento della natalità. Si teme che l’effetto sia di ulteriore marginalizzazione della donna e di peggioramento della salute sessuale.

Che Rohani non fosse il candidato prediletto di Khamenei non è una novità: gli altri candidati erano decisamente preferiti dall’Ayatollah. Con la parziale eccezione dei negoziati con gli Usa, su cui  Khamenei ha frenato e parlato di “uscite inappropriate” di Rohani, ciò che è nuovo è l’attrito frontale tra i due, che sono i massimi poteri dell’establishment iraniano. Sono due le ipotesi interpretative.

La prima è che lo scontro sia un gioco delle parti. In cui Rohani non fa altro che dare ossigeno al sistema con riforme sostanzialmente accettate dalla Guida Suprema, sebbene questa non lo ammetta pubblicamente e a volte anzi sia critica. Dopotutto, senza il vaglio di Khamenei, Rohani non avrebbe potuto candidarsi.

La seconda possibilità è che si tratti di un vero braccio di ferro, con inevitabili conseguenze internazionali a seconda del “vincitore”. La Guida Suprema ha l’enorme vantaggio di “restare”, mentre i presidenti passano. Ma la Guida potrebbe non essere più così Suprema, si vocifera. Se si superasse una certa linea, a Khamenei potrebbe sfuggire il controllo avuto sinora.

Si deve infine aggiungere la variabile al momento meno prevedibile: la gioventù iraniana. Se ne può dedurre la compressione, tra politica proibitiva ed economia asfissiante.

Se già ai tempi della dialettica Ahmadinejad-Khamenei i tempi sembravano maturi per un’entrata in scena dei giovani,  cosiddetti “figli della rivoluzione”, tra non molto potrebbe arrivare il loro momento. Non è difficile ipotizzare che la spinta propulsiva venga da Teheran. È nella capitale iraniana che il geografo Alfonso Giordano ha individuato la “massima cornice di operatività” in tal senso, riferendosi alla concentrazione quantitativa e qualitativa di giovani in uno studio che ne evidenzia il potenziale ruolo pivot. L’ingresso dei giovani in politica potrà realizzarsi in punta di piedi o più fragorosamente, privando l’Iran dell’immunità avuta sino ad ora dal contagio delle primavere arabe.

 

Fonte:www.geopolitica.info

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