Task Force Air–Arabia: trasparenza e controllo parlamentare non possono essere facoltativi

di Claudia Lamonaca

 

In seguito all’attacco degli Houthi contro la base aerea di Ta’if (Arabia Saudita) in cui è stato colpito l’Eurofighter F-2000, i velivoli italiani sono stati appena trasferiti in una base più sicura. L’incidente del 17 settembre conferma come la presenza delle nostre Forze armate nell’area non possa essere derubricata (come invece vorrebbe il ministro della Difesa Crosetto) al semplice ricollocamento tecnico di uomini e mezzi rispetto al dispositivo autorizzato dal Parlamento 12 anni fa nel quadro del contrasto alla minaccia ISIS/Daesh (Operazione Inherent Resolve).

In un contesto mediorientale drammaticamente deteriorato, quella che il ministero della Difesa italiano chiama Task Force Air–Arabia costituisce un dispositivo esposto a tutti i rischi di un conflitto in corso.

Questo per non dire nulla del danno economico (un Eurofighter F-2000 costa almeno 300 milioni di euro) e delle ulteriori misure necessarie per proteggere la nuova base e il personale che sarà chiamato a operare. Anche su questi costi, sostenuti dalla collettività, il Governo dovrebbe fornire un’informativa puntuale al Parlamento.

Dunque la vicenda pone una questione di trasparenza e responsabilità democratica. Parlamento e opinione pubblica devono essere informati in modo chiaro e tempestivo sulla natura dell’operazione, sui Paesi interessati, sugli obiettivi, sulle regole d’ingaggio e sui rischi ai quali saranno stati esposti i militari italiani. Il riferimento generico a un’intera area geografica non può equivalere all’autorizzazione di qualsiasi successivo impiego delle forze nel suo perimetro.

A indebolire ulteriormente il controllo parlamentare contribuisce il ritardo con cui ogni anno vengono discusse le missioni internazionali. Sebbene la legge n. 145 del 2016 preveda che la deliberazione annuale sia presentata entro il 31 gennaio, nel 2026 il dibattito e le audizioni nelle Commissioni (alle quali ultime hanno partecipato anche Archivio Disarmo e la Rete italiana Pace e Disarmo) si sono svolti soltanto a giugno. In conclusione, il Parlamento è stato chiamato a pronunciarsi alla fine di luglio su missioni già operative da mesi: alcune dall’inizio dell’anno, la Task Force Air–Arabia dalla metà di marzo.

Questa anomalia finisce per trasformare il voto parlamentare in una ratifica ex post di decisioni già assunte e attuate dal Governo, svuotando di significato il controllo democratico.

Non si tratta di chiedere la divulgazione di informazioni operative sensibili né di negare la necessità di decisioni rapide nelle situazioni di emergenza. Ma la flessibilità concessa all’esecutivo non può trasformarsi in una delega in bianco. Ogni nuovo dispiegamento o modifica sostanziale di una missione dovrebbe essere comunicato immediatamente alle Camere e sottoposto, entro tempi certi, a un voto parlamentare.

La tutela del personale militare e il controllo democratico non sono esigenze contrapposte. Al contrario, quanto più una missione espone uomini e mezzi italiani ai rischi di un conflitto, tanto maggiore deve essere la trasparenza sulle sue finalità e tanto più incisivo il ruolo del Parlamento.

Il caso della Task Force Air–Arabia dimostra che è urgente rivedere l’intero sistema di autorizzazione, comunicazione e controllo delle missioni italiane all’estero.