Analisi | Il sostegno militare italiano all'Ucraina: oltre la logica dei pacchetti
Il sostegno militare italiano all’Ucraina: oltre la logica dei pacchetti
di Matteo Taucci
Il 20 gennaio è stato convertito in legge il decreto 201/2025 con cui il governo italiano ha confermato il proprio supporto militare all’Ucraina per tutto il 2026. Non senza tensioni politiche – provenienti sia dall’opposizione sia dalle fila della maggioranza al governo – la legge è stata approvata con 186 voti favorevoli, 49 contrari e 81 astenuti. Per aggirare le opposizioni, il governo ha riformulato il testo della legge eliminando ogni riferimento alla parola “militare”, sostituendola con un generico “cessione di mezzi e materiali”. Ciò non ha però evitato la fuoriuscita dalla maggioranza di alcuni parlamentari appartenenti alla coalizione di governo, e in particolare dalla Lega.
Nel quinquennio 2020-2024, l’Ucraina è emersa come il principale importatore mondiale di armamenti pesanti, assorbendo l’8,8% dei flussi globali. Secondo i dati SIPRI (2025), gli Stati Uniti costituiscono il principale fornitore (45%) di armi all’Ucraina, seguiti dalla Germania (12%) e dalla Polonia (11%). Sebbene quantitativamente l’Italia non rientri tra i principali donors militari – pur con un volume degli aiuti pari a tre miliardi di euro, così come dichiarato dal Capo di Stato Maggiore della Difesa Luciano Portolano – il ruolo italiano è qualitativamente significativo. Le tre batterie antimissile SAMP/T (co-sviluppate con la Francia) e i relativi 160 missili Aster-30 costituiscono il cuore dell’assistenza militare italiana e un contributo non trascurabile alla difesa dell’Ucraina.
Le autorità di Roma hanno attuato una strategia a doppio binario: da un lato, l’adesione ai meccanismi di assistenza finanziaria multilaterale (UE, Banca Mondiale, NATO); dall’altro, una costante produzione normativa volta a normalizzare il supporto militare all’Ucraina garantendone l’approvvigionamento fino al 2027. Economicamente, l’approccio italiano è legato alla cornice europea e NATO. Il contributo italiano di 390 milioni di euro all’European Peace Facility (EPF) e l’adesione ai pacchetti di assistenza macro-finanziaria della Banca Mondiale dimostrano come l’Italia consideri la stabilità economica dell’Ucraina indissociabile dalla sua tenuta militare.
Sotto questo punto di vista, la conversione del Decreto-legge 201/2025 rappresenta l’ultimo strumento con cui il governo italiano ha regolamentato l’assistenza alle autorità di Kiev. Il pacchetto (il dodicesimo dall’inizio del conflitto nel febbraio 2022) conferma il focus sulla difesa aerea e cybernetica, settori critici per le infrastrutture ucraine. Prorogando l’autorizzazione alla cessione di materiali militari fino al 2027, l’Italia ha evidenziato il rispetto degli obblighi internazionali, garantendo – al contempo – una profondità strategica di lungo periodo all’Ucraina. La deroga alla Legge 185/1990 non è solo una semplificazione burocratica, ma una necessità geopolitica per mantenere la tempestività dei trasferimenti militari in un conflitto ad alta intensità.
Tuttavia, questa deroga rischia di inficiare la trasparenza delle transazioni italiane in tema di armamenti e di creare un pericoloso precedente applicabile ad altre fattispecie di conflitti. Nonostante i dodici pacchetti di aiuti militari, dalla Relazione al Parlamento (2024) emerge che l’Ucraina è scesa dal secondo all’undicesimo posto tra le destinazioni delle esportazioni italiane. Il calo del 53% delle autorizzazioni (da 417 a 222 milioni di euro) è spiegabile con la scelta italiana di passare dalla stipulazione di nuove commesse militari alla cessione diretta dai depositi delle Forze armate, attraverso donazioni di sistemi d’arma di seconda mano (trasferimenti non soggetti ad autorizzazione da parte dell’UAMA).
In questo quadro, il meccanismo di rimborso parziale previsto dall’EPF permette al governo italiano di mantenere un impegno costante senza generare nuovi oneri immediati per il bilancio dello Stato, utilizzando materiali già nella disponibilità del ministero della Difesa. Sebbene i volumi finanziari delle esportazioni autorizzate siano in diminuzione, la proroga normativa per tutto il 2026 indica una volontà politica di rimanere all’interno del nucleo dei sostenitori di Kiev. Il rischio latente risiede nella capacità di reintegro degli stock nazionali: la politica di “nessun nuovo onere” finirà per scontrarsi, nel medio termine, con la necessità di ammodernamento tecnologico della Difesa italiana.
















